LO SCUDO DI TALOS
Valerio Massimo Manfredi
Pietà! Una scrittura talmente pessima non mi capitava da un bel po'. Frasi tirate su alla bell'e meglio senza alcuna struttura né ritmo, una caratterizzazione piatta, descrizioni zeppe di infodump... ho chiuso questo guazzabuglio al quarto capitolo e sono contenta di averlo fatto.
Valga come esempio solo l'incipit:
Con il cuore pieno di amarezza sedeva il grande Aristarchos e guardava il figlioletto Kleidemos dormire tranquillo nel grande scudo paterno che gli fungeva da culla.
"Io sono PTOR, figlio di KMER"... Chiunque abbia subito le lingue morte del liceo classico/scientifico sentirà il puzzo "versione di greco". E nemmeno delle migliori.
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Twilight non merita di essere chiamato horror, a meno che non si debba giudicare orrenda la storia del vampiro di glitter e la scenetta del ballo di fine anno.
Non merita nemmeno di essere chiamato Harmony, perché a parte sfioramenti di labbra sul collo e capelli accarezzati... la povera cessa sviene per un bacio, di succhiate e sano sesso nemmeno l'ombra.
Poi sarò io una gran capra, questo è certo, ma il dramma del vampiro che non può amare la puzzona perchè sennò la scoppia e poi se la mangia è LOL: tipo me se dovessi dormire con un enorme cornetto alla nutella fumante tra le braccia. Come fai non dargli almeno una leccatina alla glassa, perdio?
Twilight non è sangue. Non è nemmeno un Bloody Mary. Al massimo, un misero ACE annacquato.
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Non saprei se definire "Le irregolari" un vero e proprio romanzo, anche se di sicuro non è un'inchiesta.
Carlotto mescola storia personale e della sua famiglia alle vicende di decine di ragazzi e ragazze desaparecidos di cui viene a conoscenza durante il suo viaggio a Buenos Aires, e se il risultato narrativo è coinvolgente, quello testimoniale ne risente moltissimo. Alle volte si ha addirittura l'impressione che Carlotto voglia infilarsi a forza in quelle storie, ficcarci una parte della propria biografia per esserne parte a tutti i costi.
Inutile dire che la questione desaparecidos da sola merita la lettura, per non dimenticare che la normalità può nascondere abusi inimmaginabili: per gli argentini era la normalità dei golpe continui, per noi italiani potrebbe essere questa normalità fatta di democrazia mangiata dall'interno, di antifascismo svuotato del suo senso e di rincoglionimento televisivo. Peccato che dove c'è strage di leggi, prima o poi c'è anche strage di persone.
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Anna Politkovskaja è ormai un simbolo, un'icona tragica, e leggerne gli articoli dopo qualche anno (la seguivo dall'Internazionale) per me ha significato riscoprirne la scrittura, vederne lo stile sotto una nuova luce.
Il giornalismo della Politkovskaja era fatto di vicende umane rese nella loro quotidianità, anche tragica: ma in esse l'attenta osservazione della scrittirice riesce a trovare dettagli grotteschi e surreali che, incastonandosi nella faticosa normalità di gente comune, stridono ancora di più e rivelano le deviazioni e gli orrori in modo chiaro, ma allo stesso tempo comprensibile, tangibile, senza retorica.
Ecco perché i pezzi che ho preferito sono quello dedicati al trattamento iniquo che la Russia riserva ai suoi stessi cittadini. Ma anche nelle pagine dedicate alla Cecenia, al teatro Dubrovka e a Beslan (queste ultime sul dopo strage, agghiaccianti) vibra un'accusa pronunciata dagli stessi protagonisti delle vicende, dalle stesse vittime, alle quali la Politkovsaja restituisce la dignità di attori e di gente viva e in attesa di giustizia.